Vocazione originaria della psi
coanalisi e sua evoluzione II
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Fare psicoanalisi oggi


Ha senso fare psicoanalisi oggi?
Noi pensiamo di sì, e vogliamo dire il nostro punto di vista. “Noi” siamo un gruppo di persone che ha fatto della psicoanalisi – così come cercheremo di raccontarla - un'esperienza fondamentale della propria esistenza, vuoi come “analista” (o meglio analizzante), vuoi come “paziente” (o meglio, anche esso analizzante); per noi è lo stesso, perché nella nostra visione e prassi, entrambi sono egualmente i protagonisti di un dialogo che “analizza” per creare consapevolezza.
La psicoanalisi è nata nell'ambito della medicina intesa come scienza umana, ovvero disciplina che ha per oggetto il fenomeno umano nella sua completezza, totalità e specificità. Il suo scopo è stato fin dall'inizio comprendere per modificare, e fin dall'inizio sia la comprensione che la modificazione possono avvenire solo in un ambito relazionale, cioè nel contesto di una inscindibile unità in cui i due termini esistono uno in relazione all'altro.
In altre parole, nel dialogo tra l'“analista” e il “paziente” si arriva a comprendere i meccanismi del disagio e, attraverso la presa di coscienza, ad operare quel cambiamento chiamato guarigione. Oggi la psicoanalisi, per noi, mantiene queste caratteristiche (comprensione, modificazione, relazione) ma in una profonda trasformazione: e allora “conoscere se stesso, nel dialogo con l'altro, per guarire” assume una prospettiva nuova. Ed è solo in questa forma evoluta che la psicoanalisi mantiene, rinnovata, la sua efficacia ed il suo senso.
Qual è questa forma, frutto della sua evoluzione, cercheremo di raccontarlo ora.

A tale proposito si è data l’idea, manifestatasi recentemente, di scrivere un “Manifesto” in cui si esprimono i caratteri generali della nuova psicoanalisi la quale possa costituirsi come “faro”, punto di orientamento visibile sia a tutti coloro i quali portano in sé la spinta a cercare le risposte che la vita pone a se stessa, sia a tutti coloro che già vedono.

E quali sono le caratteristiche che fanno della psicoanalisi, la nuova psicoanalisi?
La prima caratteristica sta nel fatto che essa non opera più trattando la problematica del paziente come un fatto solo individuale ovvero personale e particolare ma, viceversa, nel risolvere la tematica stessa all’interno di una dinamica più ampia nella quale solamente essa può ritrovare il suo senso; dinamica che è quella universale del movimento evolutivo dell’essere uno che nel soggetto umano si sta compiendo e con il quale la vicenda esistenziale del singolo viene a coincidere e si risolve.
Infatti ogni problematica e sofferenza individuale non trova soluzione se non alla radice.
Ma questo può avvenire solo attraverso lo sviluppo della funzione riflessiva che gradualmente si mette in atto nel lavoro che si svolge all’interno della relazione tra analista e paziente, grazie al quale, progressivamente, avviene il superamento della visione ego riferita di ogni vicenda umana e il riconoscimento della essenzialità, nel divenire dell’essere uno alla consapevolezza di sé, della funzione riflessiva che ciascuno in sé esercita.

L’altra caratteristica strettamente connessa a quella appena esposta riguarda il metodo dell’operare psicoanalitico che, sin dal suo inizio, da Freud sino ad oggi, è sempre stato quello della riflessione, la riflessione a due. Normalmente il metodo utilizzato nel rapporto analitico poggia su l’interdipendenza tra analista e paziente: l’analista, che si pone come soggetto che riflette sulla problematica del paziente, e il paziente, tutt’uno con la sua problematica, che necessariamente diviene oggetto della riflessione dell’analista.
Viceversa il metodo che si mette in atto nella nuova psicoanalisi poggia sul dialogo intersoggettivo in cui i due, analista e paziente, giungono a riconoscersi i soggetti che insieme riflettono, come fossero una sola persona in due persone, su quanto traversa l’uno e l’altro indipendentemente dal fatto che la problematica trattata sia dell’uno o dell’altro, in quanto dinamica dell’essere uno, superando ogni personalizzazione.

È proprio in Silvia Montefoschi che l’interdipendenza, quale dinamica portante di ogni rapporto, svela l’intersoggettività e arriva anche a mettere in evidenza la coincidenza tra metodo e finalità della psicoanalisi.

Qual è la finalità?
La psicoanalisi nasce come teoria della conoscenza e terapia là dove la terapia consiste proprio nella conoscenza della problematica che attraversa il singolo soggetto umano.
La problematica che la psicoanalisi ha messo in luce, sin dall’origine, è che l’uomo porta da sempre in sé una condizione conflittuale. Di quale condizione conflittuale si tratta?
In Freud il conflitto che il soggetto patisce, strettamente individuale, è tra la tendenza all’appagamento immediato del bisogno, il cosiddetto “principio del piacere”, e l’ordine sociale vissuto come la legge a lui imposta dall’esterno, il così detto “principio di realtà”. L’immediatezza pulsionale quale adesione immediata alla madre, all’inconscio, viene infatti vietata, pena la castrazione, dalla legge del padre; castrazione che è proprio ciò che rende l’individuo un individuo sociale.
Il soggetto umano guarisce nel momento in cui fa del super-io l’ideale dell’io, cioè quando realizza l’introiezione della legge che, facendosi a lui istanza interiore, diviene il suo super-io. È allora proprio Freud che, denunciando la conflittualità che l’uomo patisce fra la pulsionalità animale e un ordine sociale a lui imposto, conflittualità da cui il soggetto si difende attraverso la rimozione, invita l’uomo a guardare in se stesso, all’ascolto dell’inconscio perché solo così può interiorizzare l’ordine raggiunto nel sistema uomo.

Jung vede che il conflitto patito dal soggetto umano non appartiene solo al singolo ma all’intera umanità, e riconosce che la contraddizione non è più fuori dell’uomo bensì al suo interno, ovvero nel suo viversi contemporaneamente nella dimensione immediata pulsionale, propria dell’animale, e nella necessità di prendere distanza dall’immediatezza pulsionale, per realizzare se stesso come nuova specie vivente, ovvero come soggetto umano creatore, egli stesso, dell’ordine sociale.
Se Freud vede l’ordine sociale come una imposizione altra dal soggetto umano, Jung riconosce che il darsi un ordine scaturisce come necessità dall’uomo stesso: l’uomo si fa umano nel momento in cui in lui nasce l’istanza di darsi un ordine collettivo. La guarigione, in Jung, consiste allora nella presa di coscienza da parte del singolo di essere il portatore di un conflitto specificamente umano e cioè di portare in sé sia la condizione ancora animale, che tende alla soddisfazione immediata della pulsione, sia l’aver già concepito di essere un soggetto pensante, di essere cioè colui che sa di sapere di sé come soggetto pensante. Per Jung è utile che l’uomo ritrovi in sé i due aspetti di se stesso e quindi il senso del trattenimento della pulsione dal suo darsi immediato, trattenimento che fa sì che l’energia, la libido, si trasformi nell’attività creativa simbolica che qualifica l’uomo nel suo farsi umano.
Ma l’individuo, pur cogliendo la problematica che lo traversa non più come un fatto solo personale ma inserita nella dimensione specificamente umana, rimane pur sempre nel conflitto irrisolto in quanto il problema non si risolve se non alla radice.

In Silvia Montefoschi è lo stesso pensiero psicoanalitico che inverte la sua direzione. Esso non si rivolge più fuori di sé, per indurre il soggetto umano alla riflessione su se stesso che lo porta a riconoscere nel proprio mondo interiore la dimensione universale dell’umano ed a operare così, con la propria trasformazione, la trasformazione del sistema sociale; bensì esso, il pensiero psicoanalitico, si rivolge a se stesso e riflettendo su di sé riconosce nel suo stesso metodo la dinamica evolutiva del pensiero uno; dinamica che è quella delle ripetute infrazioni dell’ordine di volta in volta raggiunto che hanno dato nascita a sempre nuove forme esistenti, trasformando le precedenti.
In Montefoschi si fa inoltre evidente che la radice del conflitto che l’uomo patisce sta nella spaccatura originaria che il pensiero uno, sin dall’origine, ha dovuto in sé operare nel separare sé da se stesso, facendo di se stesso l’oggetto della sua visione quale oggetto pensato altro dal soggetto pensante, e questo al fine di conoscersi nel suo stesso vedersi ed amarsi in tutte le forme dell’esistente.
Ed essendo l’uomo il punto di arrivo dell’evoluzione dell’essere, ovvero del pensiero uno, la problematica che egli patisce è l’originaria separazione che l’essere ha in sé operato per conoscersi e che l’uomo non può che necessariamente portare in sé.
Ma come è facile intuire non è sufficiente cogliere la tematica personale all’interno di ambiti sempre più ampi se non si opera concretamente, nell’esperienza vivente, alla sua risoluzione. Risoluzione che, guarendo il singolo individuo, guarisce, ad un tempo, l’essere tutto.

Come si realizza?
È proprio nel lavoro tra l’uno e l’altro del nuovo rapporto analitico.
Quando i due soggetti della relazione analitica rompono ed escono dai rispettivi ruoli di analista e paziente, ruoli che ripetono e riconfermano l’originaria separazione tra soggetto e oggetto, in loro si spalanca la nuova visione e si riconoscono per quello che veramente essi sono: entrambi soggetti riflessivi del tutto simili.
Allora è proprio nella relazione duale tra analista e paziente che il soggetto e l’oggetto si riconoscono simili, il che significa che il soggetto riconosce che l’oggetto posto fuori di sé è lui stesso che aveva posto sé fuori di sé come oggetto della sua visione, in quanto l’analista riconosce di aver proiettato il suo essere oggetto proprio nel paziente; e l’oggetto riconosce di essere il soggetto che aveva posto sé fuori di sé come oggetto, in quanto il paziente riconosce la propria soggettività coincidente con quella dell’analista che aveva oggettivato se stesso in lui. E nel momento in cui entrambi riconoscono che la radice del conflitto umano ha le sue origini nella prima separazione che l’essere uno ha operato in se stesso al fine del suo progressivo amarsi e conoscersi, attraverso il graduale processo evolutivo delle forme esistenti via via sempre più consapevoli di ambiti più ampi del reale, è l’essere stesso che riconosce in sé la radice della sua separazione.

Ed essendo l’essere il pensiero, che non può pensarsi se non nell’uomo, e l’uomo la consapevolezza di tutto l’essere, allora è l’essere stesso che realizza, nella relazione analista-paziente, la visione unitaria nella similitudine fra l’oggetto e il soggetto e il superamento della originaria separazione.
Si realizza così la guarigione che non è solamente del paziente e dell’analista, ma è l’essere tutto che “guarisce”.

Allora per noi fare psicoanalisi oggi significa portare progressivamente il “paziente” a superare il proprio egoriferimento nel riflettere con lui sulle manifestazioni dell’egoriferimento stesso che si danno nel quotidiano di entrambi.
E ciò ponendo, insieme a lui, le problematiche personali in un più ampio contesto del comportamento universale umano, quale persistere della memoria di una modalità relazionale interdipendente che esige di essere superata.
E’ proprio così facendo che sia nel “paziente” sia nell’“analista” si amplia sempre di più la visione del senso del loro esserci nell’ambito di una dimensione che li trascende e al tempo stesso è a loro inerente, essendo essi un’unica dinamica relazionale all’interno di una più ampia dinamica. Dinamica che è quella dell’evoluzione dell’essere tutto, ovvero della vita, nella misura in cui essa: la vita, va oltre la periturità dovuta al limite personalistico e particolaristico, e così si realizza nella sua universalità come vita infinita.

Firmato: Gnesotto Giampietro, Marasco Massimo, Montefoschi Silvia, Pietrini Bianca, Raggi Fabrizio.
Opera depositata presso la SIAE. Il deposito è contrassegnato dal n. 2011000741 di repertorio.

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